The Post è infatti una sorta di instant movie, deciso e diretto in velocità da Spielberg all’indomani delle elezioni che hanno portato alla presidenza degli Stati Uniti quel Donald Trump che, nelle parole di Meryl Streep, “mostra ogni giorno ostilità nei confronti della stampa e delle donne”. Streep e Tom Hanks sono saltati su quel treno in corsa, accantonando ogni impegno precedente per prestare il volto rispettivamente a Katharine Graham, editrice del Washington Post, e Ben Bradlee, direttore del quotidiano.Time’s Up, ovvero “il tempo è scaduto” (che sottintende “è ora di cambiare”), è anche il nome del fondo legale istituito, fra gli altri, da Meryl Streep e Steven Spielberg per finanziare le cause intentate da donne che denunciano molestie sessuali sul lavoro e non possono permettersi un costoso avvocato in un Paese in cui la giustizia è spesso subordinata alle possibilità economiche e al potere personale di chi vi si rivolge. Dunque perfettamente coerente che The Post racconti un momento cruciale destinato a fare epoca, momento in cui la domanda più appropriata, nella celebre lista delle Five W, è stata “when”, quando.

La locomotiva entrò in servizio solo nel novembre del 1833, dovendo attendere che la breve linea Camden Bordentown, lunga 42,5 km, fosse ultimata. Rimase in funzione fino al 1866, poi venne parcheggiata in uno dei depositi della Pennsylvania Railroad che, nel frattempo, aveva acquistato la linea. Dimenticata, la locomotiva rimase intatta e, nel 1885, la Pennsy la regalò allo Smithsonian National Museum of American History di Washington, dove si trova tuttora.

L’elitario incontra il popolare per regalarsi una sbornia con tutti i crismi, magari nell’attimo stesso in cui si racconta il malinconico trapasso di una sobrietà ormai inservibile. E’ il caso di ‘The Umpire’ e del fascinoso soft focus adottato con mano scaltra dalcroonerdi Londonderry, direttore della fotografia in fissa per le suggestioni umide, il lirismo rigoglioso e quel tocco di ineffabile decadentismo esposto in bella mostra, là sulla mensola più alta:Just a relic of yesterday, ovvero come un giudice di gara soppiantato dalla tecnologia possa farsi paradigma di un’inadeguatezza più universale, disincantata, strisciante. E’ la stessa regia a evocare con grazia i fantasmi dell’era coloniale e a curare il catalogo di esotismi sinfonici nel gustoso pastiche dedicato a Shahid Afridi, stella pakistana che per il cricket odierno dovrebbe valere quanto Pelé o Maradona nel calcio di ieri..